Amare non tranquillizza

Ho spesso troppo da dire e troppo poco tempo per dirlo, troppo da sentire e troppo poca voglia per farlo. In ogni caso, sarebbe tutto tempo sottratto a quello che voglio passare con te. Tuo, Andrea”
Conservo ancora quel biglietto, lo faccio viaggiare con me, nascosto nel mio piccolo diario: è grazie a queste parole che il nostro essere insieme resiste e trova conforto in periodo come questo di segregazione e di lontananza forzata.
Al nostro amore voglio dedicare questa lettera: una scelta azzardata, visto che il rischio di cadere in luoghi comuni è spesso dietro l’angolo.
Lo immagino un pescatore speciale, uno che non pesca pesci, ma i nostri limiti. Scandaglia i fondali del mare in cui sguazziamo, svelando fragilità che ci appartengono e di cui dovremmo prendere atto. Riconoscerle prima e accudirle poi, questo è amare per me.
Mi rendo conto, serve tanta fede per affrontare ciò che affiora dall’abisso. Ma chi ama fa questo e altro: dà fiducia. Non stipula alcun contratto, ma dona. Non si aspetta un ritorno, perché non pretende alcuna ricompensa. Per questo, amare non tranquillizza! 
Eppure, per molti resta solo un sogno. Per altri una toccata e fuga, un innamoramento, un evento sensazionale, un infarto del cuore, una specie di tsunami di piaceri che toglie la terra da sotto i piedi. Niente di più.
Chi ama, invece, va oltre. Non si ferma, supera barriere, affronta l’incedere del tempo e gli inevitabili disastri. Regge i postumi di un abbandono o di un tradimento. Resiste alle incomprensioni.
È affetto da una malattia da cui non può sottrarsi. È un imprudente. Sconfina guardando in faccia i propri errori.
Si arma di coraggio e lascia andare l’amato: non lo trattiene.
Gli riconosce la custodia e il primato della libertà che gli spetta per natura nonostante sia forte il desiderio di possederlo.
Non azzarda alcuna pretesa perché il fine ultimo è l’attesa affinché ciascuno trovi il tempo per individuare e intraprendere il proprio cammino. 
Di certo amare sconvolge l’esistenza. Mostra spudoratamente la durezza del vivere, l’imprevedibile e l’incertezza che s’interfacciano con le molteplici sfaccettature di un sentimento infinito, intervallato da tristezza, sofferenza, solitudine, tenerezza mista a un pizzico di speranza e a guizzi fugaci di serenità. Ma non è forse vero che la vita è costellata di contraddizioni, di alti e bassi? E non è altrettanto assodato che questo ci tocca vivere?
Sappiamo che amare è perdersi per ritrovarsi, senza dare nulla per scontato, alla fine questo nostro amore ci sosterrà.
Per questo motivo, a noi che amiamo ci spetta una cosa: ricercare la pace, la mia, la tua, la nostra; senza pretendere, allo stesso tempo, di essere in pace, sempre e comunque.  La perfezione non esiste. Vivere l’oggi e godere delle piccole cose, l’unica cosa che importa.
Questa lettera è un esempio: è un’occasione per risvegliare una riflessione che, diversamente, avrebbe poltrito nel mio cuore. Così facendo, mi sono amata, ti ho amato e ti riamerò, nonostante tutto.
Mi auguro che, come noi, anche altri riusciranno a godere dell’amore e dei suoi istanti, nonostante la paura di non farcela e con il pericolo, sempre in agguato, di tirarsi indietro e di fuggire quando il “gioco” si fa duro.
Perché l’Amore è potente, è il possibile che stana l’impraticabile, l’esatto che corregge l’errato, il giusto che allevia l’iniquo, la cura che guarisce il male.
E allora, lanciamoli questa dadi. Facciamo in modo che non stiano in attesa nelle nostre mani, nelle nostre braccia, libere di aprirsi e di chiudersi, come ali, in un abbraccio seppur virtuale e distante. Io ci credo e tu?
In questi giorni, sto scrivendo un racconto. S’intitola: “Il letto del fiume”. Ti faccio leggere l’incipit perché so che ami gli inizi.

La notte era serena, una di quelle immobili, d’estate. L’ora tarda aveva fatto il deserto per le strade della città che, come per magia, sembrava più piccola, più dolce e antica sotto il bagliore del firmamento. Il piccolo mondo sembrava un piccolo palcoscenico comico e affaccendato. Poco lontano, una macchia scura fatta di case buie si estendeva verso l’orizzonte e il pulviscolo, proveniente dalla strada assetata e arsa dal sole, precipitava dal cielo in lacrime di stelle; rubava il colore dell’asfalto. Le foglie degli alberi si ammantavano sul viale e sbuffi di aria calda si sollevavano e scattavano come pallottole.
Era bello vederli insieme. Camminavano e parlavano. Il primo atto della loro conoscenza fu la parola. Non che si raccontavano, questo no, non si erano raccontati mai nulla.
Forse, non gli interessava sapere l’uno dell’altra.
Le loro parole erano gesti, provocazioni, carezze e unghie; dure e civettuole si racchiudevano in una membrana sensuale.
Passeggiavano lungo il fiume. Non era la loro prima notte insieme, ma quella forse è stata la più bella ed è rimasta nei loro ricordi.

Fu una notte magica, una di quelle in cui un brutto anatroccolo può trasformarsi in cigno,
«Sai perché ci sentiamo leggeri e forti?» disse lui.
«Non lo so» , rispose lei.
«È per via del fiume.»

«Che c’entra il fiume?»
«Non senti che rumore fa?»
L’acqua scivolava nel buio, come se passasse sotto a un ponte e scoppiava rumorosa in un traforo di tuono.
«Il fragore viene dalle pietre che stanno sul fondo. Vedi quelle là più grandi? Ce le hanno buttate proprio perché l’acqua passasse e non si perdesse in un vano silenzio.»
Emise quella sua risata insicura, sfottente, un poco irritante. Infantile come la virgola bionda delle ciglia nel suo greco profilo.
«Vuoi dire che hanno messo la pietra perché si creasse il rumore?»
«Esatto.»
 Aveva inventato per lei una bugia e poi aveva fatto quel salto. Era balzato sul parapetto del ponte e ci camminava sopra gridando, gridando più forte del fiume. Aveva l’aria di chi non usciva da uno scantinato da quindici anni. Lei era estasiata e stranita, protesa e lontana. Vedendolo, accorse come  un cucciolo fedele in attesa dei suoi ordini.
«Scendi, ti prego!» gli disse.
Ma non voleva che lo facesse. Desiderava vederlo e rivederlo camminare là sopra sul parapetto,  nel leggero tremito della paura, passo dopo passo. Appeso al riverbero del firmamento, al cerchio della luna. Lo sostenne con la sguardo senza battere ciglio, per un istante che le sembrò infinito. Poi quando cominciò a sentire il prurito del sudore sulla schiena, si fece scappare uno «Scemo, scendi da lì!»
«Sali anche tu», le disse, «vuoi che ti venga a prendere?» Avanzava piano senza voltarsi e sghignazzava di gusto a sue spese.
«Manco morta. Piuttosto, dimmi, hai letto la mia lettera?»
«Ce l’ho in tasca, e vuoi la leggo adesso, ad alta voce, davanti a te.»
Scese dal parapetto, si sedette e iniziò a leggere.

Cosa ne pensi? Ti piace? Il resto lo scriverò in un secondo momento e lo leggeremo qui, insieme. Festeggeremo come piacerà a noi: azzarderemo nuovi orizzonti, con la fiducia di poter abitare di nuovo la nostra quotidianità; e che tutto quello che accadrà nel tempo a venire, andrà bene. Sempre e comunque.
Io ti aspetto.

Un commento su “Amare non tranquillizza di Barbara Gaiardoni”

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