Oltre al velo del reale (omaggio a Gadda) un racconto scritto da Christian Floris

Parto, e m’intrufolo nella materia.
Sorvolo uno strato di pelle all’apparenza più poroso con le screziature molto marcate e mi dirigo verso una membrana che oppone meno resistenza al mio passaggio: la pressione su di me è elevata e uniforme, ma riesco a filtrare all’interno come un corpuscolo estraneo.
Mi ritrovo a galleggiare in un mare citoplasmatico, nella fantasmagoria variopinta di una cellula, dove ogni organo si muove e respira assecondando una consonante ripetitività: sfioro mitocondri e lisosomi, ammiro la complessa struttura dell’apparato del Golgi, spostandomi come se la gravità fosse uno scherzo inventato da Newton. Da milli a micro, da micro a nano, le mie dimensioni si adattano, variando in base all’ordine di grandezza dell’oggetto indagato, in un ciclo organizzato di strutture articolate e reticolari. A un tratto lo vedo, davanti a me: una piccola forma sferoide, rugosa, si staglia sullo scenario profondo. Mi assottiglio di più, non so se siano gli effetti di un’osmosi, quasi mi tuffo contro la parete del nucleo, un’esecuzione olimpica da otto e mezzo. È fatta.
Per poco non vado a schiantarmi contro il nucleolo, rischiando di danneggiare la catena ribosomiale. Correggo la direzione e scorgo la doppia elica del DNA che come un nastro di Moebius scorre, si avviluppa, si attorciglia e scorre, ancora, senza fine, sintetizza le sue basi azotate verdi, blu, rosse e viola, le unisce, le accoppia e le stringe in una catena di montaggio vitale; mi viene facile immergermi in uno strato ancora più microscopico, intorno a un girotondo di timine e guanine. Un flash di luce è la porta fotonica verso una penombra inquieta, nella quale avverto la tensione di legami covalenti ad alta elettronegatività. Stabilizzo il mio assetto, sospeso nel vuoto di un limbo senza confini, tra interazioni deboli e campi elettrici. E cominciano a sfrecciare attorno a me tutte le maledizioni di van der Waals e gli eureka di Mendeleev, mentre mi sembra di udire gli echi di esplosioni subatomiche. Osservo nubi di orbitali, sono in mezzo alla danza impazzita di un elettrone di idrogeno, uno-esse-uno, la traiettoria del mio volo (volo?) si spiralizza, molecola per molecola, uno-esse-due-due-esse-due-due-pi-sei, giù, sempre più giù, più giù del giù. I livelli di energia diventano alti e instabili, conosco la mia velocità ma non so dove mi trovo. Poi, dopo un indeterminato saluto all’ombra che fu di Heisenberg, individuo la mia posizione e perdo lo spazio percorso in un istante. Però so dove vado, verso il senso di una realtà non più evidente ma suddivisa in quanti, e guarda quanti sono i quanti.
Le potenze negative di dieci sono ormai nell’ordine di alcuni multipli, vicine a meno trenta, anche se il numero di Graham è lontanissimo e il nostro transponder invisibile a qualunque radar di Planck. Intersezioni di atomi, neutroni, protoni, leptoni, fermioni, mesoni, bosoni e quark si rincorrono, volteggiano come coriandoli in un veglione di carnevale, miliardi di miliardi di miliardi, come pulviscolo stellare, pulsa mentis caligine, frammenti che s’incontrano e si respingono centinaia di milioni di volte al secondo, nonché le loro particelle uguali e opposte, brulicano con moto browniano come tanti formicai indaffarati, spin positivo, spin negativo. Un altro lampo ed è la calma molecolare, sento una vibrazione, un subbuglio di frequenze, delle note, una musica. Più in là non posso andare, la struttura elementare è una stringa di luce, tante stringhe che oscillano e suonano, un’armonia meccanica, una sinfonia placida e onirica. Lo status delle probabilità, dell’evento attuale e potenziale, del presente scritto ora e del futuro da inventare domani. E mentre cerco di decrittare la ragione dell’infinito infinitesimo, tentando di raggiungerlo come la tartaruga di Zenone, in un inaspettato fotogramma di un teleobiettivo che scatta a sorpresa vengo investito da una supernova che scaglia quantità di gas e radiazioni a distanze inconcepibili; le stringhe ondeggiano, rispondono agli impulsi celesti provenienti da questo mostro siderale. E ancora un buco nero, pronto a spaghettificarmi appena compio un balzo oltre l’orizzonte degli eventi, travolto dal fronte di immense onde gravitazionali. Distinguo il loro impatto, anch’esso sintonizzato con i risonanti movimenti delle stringhe.
Ed è a questo punto che mi è chiara l’unica affinità, il vero fondamento logico e sostanziale, del Logos primordiale. Il limite inferiore e quello superiore si specchiano, in un continuo rimbalzo accordato come un diapason, intorno a un circuito nel quale si supera la velocità della luce a ogni giro, fino al lembo ultimo dell’universo, dove ogni cosa, ogni fine e ogni destino è racchiuso in dodici assi cartesiani. Nella sterminata ellisse, abbraccio di due fuochi, non è il Logos eracliteo a svelare i contrappesi cosmologici nascosti dietro il sipario delle galassie – tutto cambia e nulla permane – bensì la Parola che s’incarna, genera energia, gravitazione, attrazione, amore, sentiero, destino.
E io partecipo di questo percorso, non come accidentale natura naturata di un’architettura spinoziana, né come elemento autopoietico e omeostatico uscito da un laboratorio di Santiago diretto da Maturana e Varela; dimentico del vecchiume costruttivista, mi godo la completezza dello spettro elettromagnetico della gioia e della purezza, in una complicità appagata, nel fare questo cammino divento consapevolezza di me stesso e del rapporto con Chi mi genera.
Aumenta ancora la velocità del mio viaggio e della mia comprensione del viaggio, supero i Pilastri della Creazione e da quella colossale culla di stelle rifulge distante lo splendore di Antares, a ore undici si dispiega nelle sue parallassi al secondo la gigantesca Betelgeuse. Assaggiando il suo campo gravitazionale e usandolo come una fionda decido di proseguire verso gli ammassi aperti, nelle regioni dove si avverte il fruscio di fondo del big bang, a tre kelvin sopra lo zero in dolby surround. Inerzie geologiche, fari di stelle di neutroni lampeggiano a decine di milioni di anni-luce con moti di rotazione dai periodi brevissimi, uóm-uóm-uóm-uóm-uóm, pendoli di combustibile, giostre di masse incalcolabili rovesciano le leggi conosciute nella fusione elettro-protonica, prima di collassare in nuovi buchi neri. E via, a sfogliare altri capitoli inediti della relatività generale; spaziano nel firmamento emissioni di raggi gamma ad altissima temperatura, materia oscura attraversata da rapidi bagliori di elio e idrogeno, costellazioni iperestese si comprimono e s’infiammano.
I miei occhi vanno alla deriva verso incommensurabili nebulose planetarie, mi lascio guidare dalla magnitudo di astri blu per poi infilarmi nelle autostrade quadridimensionali mai visitate da Tolomeo, Keplero e Copernico. È il tempo a dilatarsi e contrarsi, subitaneo nel limite che tende all’infinito della funzione inversa di un settorcoseno iperbolico. La mia mente può contare i momenti in cui la mia età è quella che era quando sono partito, ma anche le evoluzioni della mia esistenza arrotolate negli spazi di Calabi-Yau e che forse non svolgerò mai. Perciò sosto, quasi mi accorgo di essere Per ed essere Con, mentre proseguo verso il fondo ultimo dell’Essere, sono in grado di contenere il numero di Graham, con le sue potenze di tre elevato tre tetratto tre, via via per sessantaquattro volte. Ma non c’è modo di voltarsi indietro – si diventerebbe di sale, credo -, davanti si profila a trenta miliardi di anni-luce la più antica quasar del mondo.
Forse qua, canna pensante, cominciano a mancarmi le forze, non la voglia, di innalzarmi a bearmi di quella luce indescrivibile, a bermi la luce fino a saziare la sete di vita sprigionata da ogni particella del mio corpo. Non c’è dolore o disagio o fastidio a contemplare i bordi della conoscenza, mentre la radiosorgente si allontana da me, risucchiata come in uno scarico, strappata da uno schermo e così tutto, un sipario incantato, si concentra in una corsa dove altezza, larghezza, profondità si raggrumano  in una singolarità commovente. Ed è un attimo, da trenta miliardi, a venti, a dieci, a cinque, a due, a uno: l’espansione inverte la rotta, causa ed effetto si scambiano i ruoli come in un gioco di coppia, i pianeti si sgretolano, le stelle evaporano, le galassie si attraggono fino a fondersi l’una con l’altra, assisto sì, assisto al big crunch, in un furioso turbine di comete, dischi di accrescimento, satelliti lunari, gruppi locali, pulsar, magnetar, wormhole, raggi di Schwarzschild, equazioni differenziali, derivate parziali che si annullano, funzioni asintotiche. Ma non c’è paura mentre ritorno all’origine, quando ogni cosa è scaturita dalla scaturigine primaria. So dove sono, chi sono, dove vado, cosa vedo. Ridotto a pochi angstrom, in un buio che è il ventre caldo di un’attesa. Ed è qui che intuisco cosa saremo.
Saremo ancora forza e spirito, per i nostri figli ristoro, di ore di veglie nelle notti in silenzio sopite.
Saremo uomini, che vigilano l’orizzonte, aspettando l’alba dove la vita cresce e cambia.
Saremo testimoni, di pietre e cattedrali, di amore dato e ricevuto, di gratuità imperfetta, di tempo levigato, e verde stirpe che germoglia dal secco tronco del nichilismo.
Apro gli occhi, fuori il sole irradia i suoi primi raggi. Mi alzo dal letto, intrufolandomi nella materia, pronto a nascere di nuovo. Parto.

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