Cenere di Stelle di Esther Pellegrini

Cenere di stelle

L’aria è croccante e bollente. Soffia e sbuffa, sventola e turbina, vortica e si invola.
Bisbigli e sussurri si scontrano, fanno domande, chiedono risposte.
Perché sono qui?
Una voce, accanto a me. Una voce sottile, come uno spiffero sotto le porte.
Non lo so, vorrei rispondergli, ma lo so. Lo ricordo ancora.
Ricordo il burro che fondeva come oro liquido sulle patate. I raggi della bicicletta, colpiti da stilettate di mezzogiorno. I riccioli castani che si inanellavano sulle spalle, a confondersi fra la lana del tailleur e una sciarpa regalatami da qualcuno. E ancora: la piscina, i picnic sull’erba, il ticchettio delle scarpe nella sala da ballo, i sorrisi di mamma e papà, un due tre un due tre sei brava a ballare.
Perché sono qui?
La vocina mi àncora, di nuovo, al presente. Questo è un tempo sospeso, un luogo non-luogo, un buio perenne lambito da lingue di fuoco rossastro e calore che avvampa le pareti annerite.
Sei qui perché…
Zitto, chiunque tu sia, zitto. Lascia che ognuno scopra da sé, vorrei urlare.
La voce tace, il turbinio si avvolge su se stesso come un pitone. Scaglie grigie, nere, bianche. Sono e siamo questo, null’altro.
E poi una spinta dal basso, una di quelle potenti. Farei una smorfia, se avessi ancora la faccia, ma non ce l’ho e la sensazione sgradevole torna ad afferrarmi.
Urla, ordini, bestemmie, ringhi e latrati e le loro mani, raus raus raus e adesso lo sa anche la vocina perché è qui.
Mentre sbuffiamo fuori dal camino, afferrati dal vento gelido, lancio un ultimo sguardo in basso, ai block, ai latrati, al filo spinato.
Se avessi occhi per piangere, piangerei. Se avessi un cuore, mi si sarebbe spaccato. Se avessi braccia e mani, accoglierei la loro sofferenza e la stringerei a me.
Accanto sfreccia la vocina. Riconosco la scaglia bianca, giovane. Brilla quasi nell’involarsi fra le stelle.
Il cielo si ammanta, si sporca, si scurisce. Siamo noi. Siamo scaglie. Siamo milioni

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