Frammenti

Frammenti

La Mdp ha l’occhio fisso sul comodino, la sveglia colorata di verde, orologio digitale, domenica, le sette.

La Mdp scorre lenta, verso sinistra, Marco dorme e russa, il letto sfatto, nessuno di fianco. Allunga la mano nel sonno, cerca e non trova, mugugna.

La Mdp zooma out, l’inquadratura si apre su tutta la stanza. Il cellulare squilla, si illumina sul comodino, quello lontano, Marco sussulta. Si sveglia di soprassalto. Scrolla la testa, sconvolto di sonno. Striscia verso il cellulare e risponde. Voce impastata, arrochita, è di pessimo umore. La Mdp zooma sulle sue labbra.

pronto, madre, eh, sì, certo che stavo dormendo, è domenica sai? scusa un cazzo, che ti succede? Volevi sentirmi, che culo, sto bene. Quello del piano di sopra è un ubriacone? pure la moglie? Avranno fatto bere anche te? no dico per dire, mi frega una cippa. E che ne so se è un maniaco, tu non aprirgli la porta. Oggi vai a messa, dici? l’assembramento? la mascherina? Senti a me, non metterla. Può essere che il virus ti piglia. Cosa? No madre, hai capito male, io non ho detto niente, tranquilla.

Bussano alla porta.

La Mdp fissa ancora le labbra di Marco che sbuffa

madre, la porta, devo andare no, dopo non mi chiamare.

Marco si alza, apre la porta, c’è una vecchia sui settanta; arzilla, caustica, un grosso cane al guinzaglio.

Mdp sugli occhi arcigni della vecchia. Poi sul suo muso, poi su quello del cane. Sono uguali.

è sua questa bestia?

mai visto in vita mia

ne è sicuro?

Mdp sugli occhi del cane. Sono grigi, pieni di fumo, quelli di un pitbull red nose, umani e dolcissimi. Sembra quasi supplicarlo di farlo entrare.

è mio il cane. Marco si arrende.

ha cagato sul tappeto delle scale. Le farò mandare il conto dall’amministratore.

La vecchia molla il cane che entra in casa e si scrolla, gira in tondo, un colpo di coda, un vaso cade, un piccolo disastro. Schegge di vetro, dappertutto.

Marco sbatte la porta, la vecchia urla qualcosa, un mezzo insulto che scompare, un’eco lontana pare.

Alla parete c’è un poster di Jesus Quintana, la retina nei capelli, la palla da bowling, la tuta attillata che ha il color delle violette. Marco ricorda le notti passate a bere birra, le discussioni infinite sull’orientamento sessuale di Turturro, che in quel film, ma non solo in quello, sembra una checca. Una di quelle con la faccia da duro tutto culo e niente arrosto. E Micione che gli dice stronzo, che Tutrurro è uno scopafregne e non ti facevo così omofobo, e pure gay latente.

Mdp sulla faccia di Micione: grosso, nero, barba incolta, mono ciglio e labbro prominente. Una specie di afroamericano, solo che è nato a S.Giovanni a Teduccio.

Sei bloccato nelle fase anale, me ne sono accorto subito, dice, e ride, e fuma.

Fase anale una cippa, dice Marco che torna nel presente. Fanculo alla vecchia, fanculo a Micione, fanculo a Mr Nacho.

E Mr Nacho si stende per terra, palle all’aria, caccia la lingua.

Abbaia e sembra contento come un bimbo.

Marco si mette al tavolo di legno, in quella specie di cucina in cui regna il caos.

Mette su il caffè, prende una busta di biscotti pieni di fibre che fanno cagare anche me, lo dice guardando il cane. Apre il frigo, il cane scatta, Marco si gira, ha la bottiglia del latte in una mano, con l’altra stringe la maniglia del frigo. Mr Nacho si alza sulle zampe posteriori, afferra la busta dei biscotti e fila nell’altra stanza. Addio biscotti, Marco mastica una specie di bestemmia e ringhia.

Si versa del caffè in una tazza, si gratta il culo, si siede sulla seggiola bofonchiando. Apre il pc che ci mette una vita per caricare, poi legge la mail.

Quando cazzo finisci il romanzo. Hai solo mangiato l’anticipo. Muovi il culo!

Mdp sulla tazzina del caffè. Marco se la porta alle labbra. Lo sorbisce con quello strano, odioso rumore di minestra succhiata. Mdp sulla foto di lei, sorridente, c’è anche Mr Nacho, sono in un parco che giocano, lei gli lancia un freesby e ha i capelli tirati all’insù. Marco ricorda.

Dici che dovrei darci un taglio netto?

Non saprei, a me basta che tu cacci gli occhi. Sono troppo belli, sembra che ci siano due piccole stelle dentro.

Sono marroni, piccole biglie di vetro soffiato. Effetto speciale. Mdp sugli occhi di lei, zoom in avanti, veloce, la Mdp ci entra dentro, un piccolo universo ci vive, galassie, pianeti di plastica, stelle di carta come quelle che disegnano i bambini. Una navicella di latta naviga incerta. Un buco nero, la Mdp si ficca dentro e zoom sullo schermo del computer.

Marco comincia a scrivere.

Quel pomeriggio l’aveva sognato da tempo, casa libera, mamma a servizio, suo padre in giro chissà dove, non lo vedeva da un anno. Solo qualche telefonata, un ti voglio bene sforzato, cento euro al suo compleanno spediti per busta e non fa niente, diceva, almeno si è ricordato.

Lei sul divano di pelle, la mano fra i capelli che portava dietro alle orecchie. Sembrava nervosa, impacciata, gli occhi acquosi e lucidi come se ci fosse dell’olio dentro.

Lui pensò ai suoi genitori, fu per un momento soltanto, si chiese se anche loro avessero vissuto quel sogno e come e perché alla fine si sia infranto.

Cominciarono a baciarsi, uno nelle braccia dell’altro. Un gioco di mani, come serpenti striscianti, sentì le sue scivolargli sulla pancia, poi nella patta dei pantaloni e glielo tirarono fuori. Provò a slacciarle il reggiseno e niente, ci avrebbe messo degli anni a capire come fare e ancora oggi non lo saprebbe spiegare. Si trovarono nudi, inermi, due corpi abbracciati, acerbi e inesperti. I suoi seni erano grandi, pieni e sodi e cadevano di lato, lo sterno scoperto, la catenina sembrava un piccolo fiume d’argento. Indugiò sul pelo scuro e riccio, il suo cuore batteva a mille che quasi si spaccava.

Provò a metterle il cazzo dentro e non ci riuscì. Decise di provarci ancora e ancora non fece centro. Panico, un attimo di smarrimento, desiderio e tormento. Si fissarono negli occhi, quelli di lei erano grandi, scuri e malinconici come il mare d’inverno. Non disse niente. Glielo prese, gli mostrò il sentiero da seguire e, alla fine, avvenne. Fu una cosa strana, diversa da quando lo faceva con la mano. Lei emise un sospiro, una vocale soffocata e ti faccio male?

Continua, non ci pensare. Lei lo disse senza guardare.

Cercò di fare come certi film che sbirciava su internet, la prese da dietro, le mani sui fianchi, lei sospirava e gemeva, spingi, diceva. Lui non riuscì a trattenersi e lo cacciò fuori appena in tempo e lei sentì caldo, poi i suoi brividi di freddo.

È stata la prima volta per me disse e corse in bagno. Una macchia di sangue sporcava le lenzuola e lui si chiese come avrebbe fatto a smacchiarle. Tu, invece, l’avevi mai fatto? Lui ci pensò per un solo secondo, la bocca della puttana non contava e sì, anche per me è stata la prima. La vide nuda, minima, indifesa sotto la porta. La pelle bianca, la catenina che penzolava dal collo, un neo sotto al seno e quella voglia che le leggeva negli occhi.

Che cosa hai sentito? le chiese quando si abbracciarono sotto le coperte. Come se mi avessi riempito.

Mdp sulle mani di Marco. Zoom out, inquadratura sulla stanza, il televisore al plasma, una copia della colomba di Banksy.

Marco prende una paglia, una cartina, la rolla e l’accende. Aspira il fumo, avido, è come assetato, vive in un deserto di niente. Un colpo di tosse, gli occhi rossi, suda un po’, fa un caldo boia e vorrebbe che arrivasse l’inverno.

Pensa all’amore, al sentimento che riempie, a lei che sorride in quella vecchia foto e solo Dio sa quanto le manca.

Marco si siede per terra, le spalle contro il muro, fissa quello di rimpetto, butta fuori una nuvola di fumo, gli fanno male i denti.

Mr Nacho si accuccia e sospira e lo guarda. Marco gli accarezza la testa, i grattini dietro le orecchie fanno assopire la bestia. Il cane gli lecca la mano e Marco lo sa che quello è il suo modo di ringraziarlo.

La sua mente vola indietro nel tempo, a lei pallida in quel letto freddo. Voglio un figlio da te, così disse. Un filo di voce, le labbra secche, gli occhi spenti.

Solo se ti somiglia, così le rispose e ancora oggi si pente di non esserne stato davvero convinto.

Hai paura?

Io non ho paura e neanche tu dovresti averne.

Eppoi il tempo scandito da un orologio comprato da Ikea, il pavimento in linoleum era una specie di miglio verde, la puzza di alcool etilico gli faceva venire voglia di vomitare.

Poi la porta si aprì, finalmente, lo sguardo sfuggente del dottore, un abbraccio disumano e quelle parole sussurrate come se fossero una cosa indecente.

Il nero, il niente, il vuoto cosmico dell’assenza.

Marco ritorna al presente e gli occhi del cane sono con lui, una strana presenza. Azzurri e profondi, tristi e sinceri come le favole che si raccontano ai bambini.

È morta, dice al cane.

Mr Nacho lo sapeva già.

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