Il tecnico oscillante, un racconto di Miche Moraca

Pubblichiamo un racconto psichedelico. Confessiamo di non averci capito molto, ma abbiamo chiesto all’autore di mandarci una bustina di purpura melange. Non si può mai sapere.

Chi è Mister U ?

?“E se fosse tutto un gigantesco imbroglio?”
La solita ora, sudato fradicio, U. si sveglia fra le tapparelle appena abbassate, dalla fessura volgare, come se in fondo un po’ di luce sia giusto che debba passare. La stanza rimane nella penombra, U. non si alza, rimane zitto e riflette.
Schiaccia il viso nel cuscino. Dovrebbe urlare ma non vorrebbe svegliarsi, vorrebbe svegliarsi ma non dovrebbe urlare.
Chiude gli occhi. Inizia a scendere dal letto. Il respiro si reprime sommerso nella soffice piuma.  Esce di casa, scende i gradini nebulosi di un gigantesco edificio completamente immerso nel buio. Si guarda attorno, il nero delle pareti sembra colare come se fosse cera. Piccole formazioni di materiali rocciosi e schegge gli volano intorno. Si arrotolano su per le braccia, raggiungono il suo petto, assimilano i colori della tempesta macchiata di tenebra.
In un attimo gli occhi di U. virano verso l’eco disperso di un grido implacabile, ritrovandosi a desiderare le nuvole, le uniche capaci di respirare. Vorrebbe urlare, ma dalla sua bocca escono solo concetti di cenere, sporchi della sua bava, colorati di sangue.
L’eco si disperde e accanto a U. passa un uomo di una certa età vestito di ombra. Non sembra avere un’identità.
La sua voce ritorna implacabile in lontananza.
-“Spero che ritorni presto.”-
Dopo c’è il vuoto.
-“Il giudizio nefasto ritornerà alle tue membra. Accolto fra palazzi distrutti e lampioni a led, cantanti della propria solitudine ai vili marciapiedi.
Continua a scendere, non ti fermare. Affronta le rovine di templi odierni. Esoscheletri di calce, che dall’alto della loro nobiltà giudicano noi miseri creatori come privi di vita. Esseri colmi di pietra, pregni di umanità, disabitati di segni passati. Dimentica. Scendi. Inspira.
Lentamente sentirai il pavimento affondare.”-
U. viene cullato dal suono sinuoso della voce che non ha padrone, viene accolto in un materiale malleabile e fluido, con dolcezza. Intorno a sé prendono forma ondulazioni cromatiche. Si creano, si intrecciano e si dissolvono, scandite periodicamente dal movimento lieve delle parti. Le sue orecchie percepiscono un lago lucente. I suoi occhi la freschezza del ciclo, attraverso cui, la luce, vorace, si nutre dell’ombra.

Tilti.


“E se fosse tutto un gigantesco imbroglio?”
U. apre gli occhi. È seduto sul divano del soggiorno. La stanza è fredda, il divano umido. Fuori il mondo avanza scorrendo su binari conformi agli standard più innovativi.
“Un tempo si stava meglio lo so, le uova cuocevano al momento giusto.”
“…e il vicino salutava sempre con quel suo cenno della testa alquanto ammiccante, lievemente fraintendibile. Era proprio bello.”
“Lo so.
“Chi sei?”
“A quei tempi, si sa, i problemi erano risorse e le susine dell’albero della nonna le più succose. Non trovi?”
“Che cosa?”
“Non capisci la magia della tecnologia? Strani oggetti capaci di”

Flop
Di nuovo. Tutto si ripete in una ruota che gira non più su due assi. La terza asse e mezzo vi si è infilata prepotentemente e gira, gira, all’infinito.
U. non può fare altro che chiudere gli occhi. Continua a scendere.
Sbuck
Si ritrova in oscuri meandri di una coscienza distorta. Le fluttuazioni magnetiche rimbalzano su coniche di cemento corroso. Gli occhi si dilatano in mille spasmi. La bocca si allarga e si ricuce in sé stessa. U. cerca di nuotare verso l’oscurità. Cerca di scendere. Incede verso l’impetuosa corrente contraria. Cede. Il suo corpo sussulta. Destino nefasto. , I suoi arti si staccano in una contorsione di sangue putrido e oscuro. Conquista il proprio ego che è fluido. Il corpo materico di U. si dissolve come polvere calcarea. Eppure, continua a scendere.”
“Che diavolo!”
Si risveglia di colpo fra le mura di un enorme salone; attonito, ammira le prorompenti navate infrangersi sul vetro fuso al blu di abisso. U. si rende conto di non riuscire a controllare questo suo oscillatore di tricoscienza atomico. Si ricorda che più esso scava nei suoi ricordi più il suo pacchetto di memoria presciente a 64bit amalgama le memorie di rituali nefasti e concomitanze sociali melmose.
“Così non resta altro spazio che per merda melodrammatica e ricercata. No, non vi rivelerò il codice!”
U. viene catapultato in uno spot estremo di una macchina che viaggia a 130km/h guidata da una sequenza di violini e alberi di un verde edulcorato. Sente la leggera brezza del vento e il lieve riflesso di un raggio di sole fra i suoi capelli. Un impercettibile sorriso riempie lentamente le sue labbra. Nuovi ricordi sembrano affiorare come carpe nello stagno dei suoi desideri rievocati.
In quel preciso istante entrano nella stanza dieci unità speciali dineurali. Il corpo di U. esplode. Vede la sua capacità visiva sfumare in ondulazioni cromatiche sinuose, i tavoli, le sedie poi l’intero salone flettere e dilatarsi in un puro e stabile mutualismo materiale. La coscienza di U. inizia a fluttuare compressa nel ricordo di un’estate di molti anni fa, nella casa di famiglia vicino Ipswich. L’atmosfera accogliente culla l’eterea percezione fenomenica di U. Percepisce il calore di quella giornata sulla propria membrana plus-epidermica. Vede ancora il sé bambino che con amabile commozione si perdeva nella scollatura della sua cugina più grande. Numeri e strisce di codici immersi nell’oblio compaiono dinnanzi al suo sguardo.
Le unità dineurali, sazie, abbandonano la messa in scena lasciando U. solo. Inerte, stringe fra le mani il suo oscillatore di tricoscienza atomico.
“Ho fallito miseramente.”
A un tratto, un uccello si posa sul davanzale dell’enorme vetro. Il suo sguardo è negli occhi di U. ormai vitrei e confusi.
La paura dissolve l’energia disturbante della coscienza. U. pensa. È un attimo. Preme il pulsante di riconversione ancestrale. Che fa uno strano rumore. Riscrive la rotta trifasica sul convertitore bineruale portatile. Il salone si riempie di fantasmagoriche vorticomagie luminose. U. stabilizza i parametri dell’onda delta. Le impostazioni di conversione iperuranica si dispongono nell’assetto prestabilito dai parametri intercoscienti. L’oscillatore di tricoscienza atomico riporta U. sul piano fenomenico dei fatti.
“Quale sconvolgente accaduto.”
“Che incredibile cambiamento di trama.”
“Quale estenuante ritornello psichedelico.”
“Ecco, sono davvero nella merda. Avrei dovuto ingranare con questo lavoretto. Insomma devo pagare l’affitto, il rubinetto perde e c’è la purpura melange. Allora? Solo quella, solo un pochetto. Devo guadagnare dei soldi. Tutto qui. Giuro sulle confezioni premium obliterion.”
In quell’istante U. ha ancora la mano ferma, rigida con ogni falange intenta nello stringere l’oscillatore di tricoscienza atomico, capisce che il suo nemico, l’unico vero nemico, gli ha lasciato un ultimo barlume di speranza, l’ultima bustina obliterium Premium con extra sorpresa ipertrofica. Le dita voraci setacciano il cappotto, scovano affannate la confezione P.O. Le narici si stirano lasciando che le estroflessioni pseudo olfattive assorbano il profumo acre della purpura melange, che è compressa in comode criptopasticche. Le ingoia. Il suo sistema nervoso presciente si dilata, elevandosi oltre la concezione presente di sé. U è definito nello spazio e nel tempo, coglie nell’ascesa spasmodica del rito estetico un messaggio segretissimo. Ancor più misterioso della fabbrica dei Tecnici paradossi.
“Chi sa cosa sa, non sa di cosa parla e chi non sa cosa sia, parla di cosa non sa… sa…sa”
Lo spirito untore rimbomba in U.
“Un ultimo balzo. Felino. Fiero”
“No. Resta ancora un po’ fra le porte iniziatiche dell’enorme scintodominio cosmico.”
“Rimani per scoprire il segreto occulto della circostanza estatica.”
U. ha ripreso i comandi della propria inter-coscienza parallela. Fiero, fulmina lo spirito untore. La criptopillola sta per esaurire il suo effetto.
Vira lontano con un ultimo colpo cerebrale. Ormai può ritenersi al sicuro dalla messa in scena. Pur sentendosi sconfitto, abbattuto, porta con sé la paura di un sottinteso malinteso. Come se la tecnoscienza avesse manipolato e intercettato le sue trasmissioni. Ormai il segreto magico della circostanza occulta è dirottato. Ad U., povero auto-eroe squattrinato, non resta che fare la spesa con i pochi soldi che gli rimangono e tornarsene a casa fra le curve assecondanti delle coperte, fra i morbidi desideri di piuma, a preparare le vettovaglie per il prossimo viaggio. Andrà in cerca di altro preparato purpureo.
Lascia le fatiche della vita ai luridi droidi ad apprensione programmata. Si rifocilla la folta nervitudine di omeomaria sintetica.
Chiude gli occhi e sogna.

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