Ho sempre desiderato volare tra le nuvole come uno di quegli aquiloni colorati che sfiorano il vento. Oggi sono qui, sul tetto della mia città, a godermi il panorama migliore, l’aria fresca che accarezza il viso, la luce del tramonto che gioca con le finestre e le vetrine; vedo le stelle che compaiono in cielo, e mi sembrano alieni. La falce luminosa della Luna si nasconde dietro al bagliore rosso del giorno che muore, non mi pare vero. Quell’orizzonte è così vicino da poterlo toccare. So che è impossibile da valicare.

Sorrido e assaporo in un respiro quella sensazione di vita che solo gli uccelli e le nuvole possono provare. È come mangiare un bignè alla crema appena sfornato, come rimpinzarti di patate fritte o, a sentire chi è più grande di me, come fare l’amore. Deve essere una gran cosa fare all’amore. Io credo che sia una specie di segreto di lunga vita. Mio fratello dice che quando lo proverò sarà come scalare l’Everest senza bombola d’ossigeno. Una cosa che ti toglie il fiato e ti stronca le gambe. Ho solo dodici anni e l’amore, quello dei grandi, è una cosa che non riesco a capire.

Sono timido, da sempre schivo, qualcuno dice che sono un asociale. In realtà, nessuno sa che sono un giullare di corte, un mimo nato, un barzellettiere provetto. Non lo immaginano perché danno per scontato che sia un disperato, uno arrabbiato con il mondo perché il destino mi ha relegato su questa carrozzina. Anche se non è una malattia contagiosa è come se lo fosse: quando la gente mi vede, tutti i sorrisi si spengono, le labbra perdono la favella e gli sguardi si piegano in quella smorfia di tristezza e un po’ di disgusto che fa passare la voglia di ridere persino a me. A volte mi viene voglia di gridare che sono intelligente, simpatico e strafottente come ogni ragazzino della mia età. Poi mi fermo a pensare: a cosa servirebbe? Se nemmeno le pubblicità progresso e le assemblee studentesche riescono a raggiungere l’obiettivo, cosa posso fare in questo mondo dove ho lo stesso peso di un colibrì?

Non dovete farvi l’idea che l’handicap abbia trasformato il mio carattere o mi abbia costretto a chiudermi in me stesso. Non è stata la mia condizione a precludermi amicizie e legami: sono stati gli altri a decidere per me. Fanno tutto loro, a volte senza nemmeno che lo sappia: è sufficiente la parola paraplegico a metterli a disagio, a far tremare quella parvenza di perfezione che è più fragile di un bicchiere di cristallo.

Sono nato così ma non se ne sono accorti subito. Pensavano che fossi svogliato, un bambino che non azzardava a muovere le gambette paffute perché troppo pigro: eppure strillavo, piangevo e mi dimenavo come faceva ogni altro coetaneo. Erano solo le gambe a non rispondere ai comandi e, dopo qualche giorno, mia madre si accorse che qualcosa proprio non quadrava. Grande cosa le mamme: il vero dono del cielo, il solo appiglio in un mondo che non meriterebbe di esistere se non ci fosse quel sorriso così perfetto da far dimenticare anche la giornata peggiore.

Il ricordo di lei mi svuota i polmoni e l’aria trattenuta involontariamente si mescola in quel marasma di vento e follia che mi sta schiaffeggiando il viso. Guardo ancora l’orizzonte e penso che mia madre è stata la sola a comprendere che, per quanto diverso, meritassi lo stesso trattamento e la stessa vita di ogni altro.

Non è stato facile all’inizio: questione di abitudine e di adattamento a quella scuola piena di scale e angoli da evitare con perizia. La mia infanzia non è stata tanto diversa da quella dei bambini normali, solo più complicata da gestire e da capire. A quel tempo ero ancora felice: un po’ sfasato a causa dei compiti e delle numerose lezioni da imparare, ma nulla che non provasse ogni altro studente alle prime armi. Quello che mi mancava era la possibilità di liberarmi dalla mia sedia a rotelle e gettarmi in una corsa a perdifiato. Come invidiavo i compagni che giocavano a pallacanestro, che tiravano calci a un pallone senza capire che ogni infortunio era il segno che le gambe sentivano il dolore come segno di vita vissuta.

Il difficile è arrivato alle medie. Non tanto per la scuola. Ormai per quella ci sono abituato. Soffro per tutto quello che accade fuori da quel cortile protetto. Quelli della mia età cominciano ad uscire e a divertirsi, a baciarsi nei parchi ricoperti di gialle foglie cadute e di giacconi autunnali abbandonati come cadaveri su qualche panchina. A me non succede perché non mi invitano mai. All’inizio ho pensato che fosse colpa mia. Poi ho capito che la diversità causa timore, alienazione, a qualcuno addirittura paura. Non capisco perché mi guardino come se fossi un mistero. In fondo, sono uguale a tutti gli abitanti di questo strano pianeta, solo che mi muovo in maniera un po’ più complicata. So che non è facile uscire con me. Bisogna camminare lenti, scegliere la strada più semplice e corta, fermarsi di tanto in tanto per aiutarmi a superare una buca invisibile a tutti tranne che a me. Devono essere problemi insormontabili tanto che alla fine hanno smesso di chiamare tutti.

Chi è sano non può capire quanto è stato favorito dalla sorte. Non che mi lamenti. Rispetto ad altri, mi ritengo fortunato. Credetemi se vi dico che la vita per noi persone diverse non è affatto semplice. Non è solo un problema di spostamenti, di marciapiedi o di vicoli troppo stretti. Non è la difficoltà del posto al cinema o del parcheggio riservato; le barriere architettoniche sono la punta dell’iceberg. Sono altre le complicazioni che m’impediscono di vivere al cento per cento la mia vita tronca. Nessuno pensa che quegli sguardi di commiserazione, quei sorrisi di disgusto e pena sono una coltellata in pieno petto e feriscono più del mancato ingresso allo stadio.

Non è come si vede nei film. Tutto bello, pare quasi magia e persino lo sfigato di turno ha il suo momento di gloria: trova il migliore amico, si fidanza con la ragazza dai capelli biondi, riesce persino a segnare il punto della vittoria durante la partita più importante. La mia vita è diversa. Non ci sono pigiama party, guerra dei gavettoni o serate romantiche in riva al mare. C’è il problema delle medicine, il costo delle attrezzature, l’insegnante di sostegno, il problema della fisioterapia e dell’accompagno. La vita che desidero è cosa molto diversa. Lo sanno bene a casa mia. Sento spesso mamma piangere e mio padre dirle che il prossimo mese andrà meglio, che troveranno i soldi per sistemare la rampa del furgoncino o per cambiare gli occhiali. Quando mi trascino nella stanza, cambiano espressione e fingono allegria, che tutto vada bene. A me quella finzione mi punge gli occhi peggio di uno schiaffo in pieno viso.

Perciò, scartate l’idea del bullismo, delle prese in giro, dei maltrattamenti che tanto vanno di moda in tv. Certo, ci sono anche quelli, ma non è questo il motivo per cui mi sono trascinato nel palazzo più alto per fare il salto. Non voglio che passi il messaggio che mi sono arreso, che non ce l’ho fatta a reggere la pesantezza delle battute o gli scherzi più feroci. Credetemi, sono handicappato ma non scemo. Anche se a volte è stata dura, durissima, ho sempre saputo che prima o poi sarebbero finiti gli insulti, sarebbe passata la voglia di far piangere il povero storpio. Le difficoltà si sarebbero trasformate, come la mia voce. Mi avrebbero perseguitato per sempre. Eppure, non è ancora questo motivo per cui ho deciso di fare il salto.

Lo faccio perché sono stanco di sentire le lacrime di mia madre ogni volta che chiede a mio padre chi sarà a occuparsi di me quando loro non ci saranno più. Sono stufo della loro sofferenza, sono stanco che si preoccupino di me, del loro figlio normale solo per metà. Stanno ipotecando il futuro di mio fratello perché sarà lui a dover sopportare il mio handicap come se fosse il suo. L’eredità che gli lasceranno è un fardello di responsabilità e sensi di colpa che lo trascinerà in un baratro peggio di una zavorra.

So che soffriranno, che mancherò a mia madre, che le toglierò il respiro ogni volta che si chiederà dove e cosa abbia sbagliato, quale peccato abbia commesso per meritare tanta pena. Spero mi possa perdonare, un giorno.

Una lacrima mi bagna il viso e lascia una scia umida e fredda come l’aria che mi accarezza. Sono disperato per lei. Spero che un giorno capirà la mia decisione. Ho voluto solo liberarli da una prigionia che nessuno ha voluto e meritato e che avrebbe tenuto in ostaggio l’intera famiglia. Annuso l’aria che sa di buono e riempie i polmoni.

L’asfalto è a poco più di venti metri e sto volando. Finalmente libero.

Monica Ascani nasce a Bologna nel 1972. Vive nelle Marche, per amore e dedizione, come dice lei. Per la casa editrice Oxiana ha pubblicato il romanzo Uomini che perdono la testa. Potete leggere altri suoi racconti sulla Rivista Confidenze.

2 commenti su “Libero, un racconto di Monica Ascani”

  1. Un pugno in faccia.
    Struggente. Quando un racconto con poche parole riesce a farti desiderare che diventi un libro, (magari con un finale diverso, un colpo di scena, qualcosa di bello) vuol dire che è scritto bene.
    A me è piaciuto.
    Complimenti Monica. Bravissima.

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  2. Monica Ascani riesce felicemente a dar voce a un ragazzino paraplegico e ci dà una carezza con la delicatezza di certe descrizioni, dell’iniziale tramonto, con l’orizzonte così vicino da poterlo toccare, che ricorda “il sogno” nel finale de “Il grande Gatsby”, per poi darci uno schiaffo con l’epilogo, con quel “volo” a metà strada tra un tragico, estremo atto di libertà e un disperato gesto altruistico.

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