L’ultimo mare, un racconto scritto da Laura Calagna Bambini

L’ultimo mare

Il legno della passerella è freddo sotto i miei piedi, così come il vento che mi spinge indietro, mi solletica le gambe e increspa il vestito nuovo. È blu, come il mare di fronte. L’ho comprato in uno di quei negozi in centro di cui guardo la vetrina e tiro dritto, che a malapena ho un lavoro a chiamata e l’unico sfizio che posso permettermi è il pane integrale del supermercato. Ieri, invece, ho visto l’abito sul manichino, sono entrata nel negozio e l’ho preso senza guardare il prezzo.
Salto l’ultimo gradino e affondo i piedi nella sabbia gelata. È maggio, non è ancora tempo di togliere le calze e uscire senza giacchetto, ma non mi interessa.
Voglio sentire il freddo, il caldo, e qualsiasi cosa mi conceda la vita.
Il sole crea gocce di luce sulle onde. Non ho gli occhiali scuri, stasera mi verrà mal di testa ed Eva mi rimprovererà di essere la solita incosciente. La starò a sentire, incrocerò le braccia e aspetterò che mi propini una tisana di chissà quale pianta miracolosa trovata su Google.
Il sale mi pizzica le labbra e le inumidisco d’istinto. Li sentirò ancora i sapori, domani?
Un bimbo corre con un aquilone, seguito dalla sorellina, e per poco non mi investe per guardarla.
«Vieni a prendermi» le dice in fanciullesco.
Il padre regola una canna da pesca vicino la riva e ogni tanto ripete con voce monocorde: «Attenti».
La madre è seduta su un telo, si tiene la sciarpa avviluppata al collo e con la mano libera scrolla lo smartphone. Rumina una gomma come le bufale degli allevamenti vicini.
Vorrei andare lì e dirle che si sta perdendo la gaiezza dei figli, ma ho ancora il pudore educato della convivenza civile.
Sull’altro lato della spiaggia, una coppia è distesa abbracciata. Lei ha una cresta variopinta da far invidia a un’iguana. Quasi quasi domani compro una di quelle tinte che bruciano solo a guardarle sullo scaffale e mi trasformo in una cocorita.
Tanto, quante altre occasioni ho per farlo?
Mi incammino verso la riva con i sandali al polso e le braccia scoperte. Non ho messo la crema solare, così almeno posso scottarmi un’ultima volta.
Fino all’anno scorso era un continuo spalmarmi, specie sul tatuaggio, un’edera arrampicata sulla gamba sinistra con un geco posato su una foglia. Inizia a scolorire, come la mia vita.
Domani inizio la chemio.
A mamma ancora non ho detto nulla e forse non glielo dirò.
A papà l’ho detto, invece. Uscita dall’oncologo mi sono messa in auto e ho preso la via di casa. Pensavo a come l’avrei detto a Eva, ai rimproveri per aver insistito ad andare sola, a me che avrei perso i capelli, e a cose a cui non riuscivo a dare un senso, travolte dal pensiero successivo. Ho rischiato di investire un pedone. Ho sbandato, mi sono fermata e ho preso il telefono. Papà mi ha risposto con l’accento poltrone di Bologna e, quando ha sentito le mie lacrime, ho udito il click della televisione e il fruscio della ricerca spasmodica delle ciabatte. Poi c’è stato un silenzio e ho capito che era scattato in piedi, pronto a partire.
L’ho detto a lui perché ha la decenza di non interrompermi.
«Dobbiamo venire?» mi ha chiesto con la voce impastata, come se l’Emilia e il Lazio fossero dirimpettai e non avessimo già discusso abbastanza per la lontananza.
«No, c’è Eva, non preoccuparti. Non dirlo alla mamma, era solo per…»
Forse ci sono parole giuste per questi casi. Noi non le abbiamo trovate.
«Guarirai?»
Probabilmente non arriverò a essere genitore e a scoprire quanto coraggio serva per una domanda del genere, fa già abbastanza male immaginarlo.
«Be’… si cura, oggi. Quanta gente guarisce?»
Papà è rimasto in silenzio, come me di fronte al medico.
Leucemia Linfatica Cronica allo stadio C secondo Binet. Sembra il titolo di un talk show ambientato in un palazzetto dello sport, dove Binet è l’opinionista e la LLC è la squadra vincente.
«Quanto vivrai?»
Mi sono spostata i capelli dietro le orecchie, ho passato una mano sugli occhi e ho risposto. Mi ha fatto le stesse domande che ho fatto io all’oncologo, e gli ho dato le stesse risposte del medico, come in un’interrogazione. Ho mantenuto un tono quieto e lui pure.
Adesso sarà in viaggio e avrà convinto la mamma a partire con lui. Con buona probabilità non gli ha nemmeno detto per dove. Mi sembra di vederli, lei gesticolare sul passeggero e papà impassibile al guidatore, una mano fuori dal finestrino, a velocità costante sulla Statale, che mio padre non concepisce di dover pagare l’Autostrada.
L’acqua della riva mi lambisce le caviglie. Non è nemmeno fredda come pensavo.
Ho voglia di nuotare ma rovinerei il vestito.
Come se avessi la certezza di poterlo indossare ancora.
Il bambino con l’aquilone mi passa davanti e mi schizza. Mi pietrifico e sento il padre chiedermi scusa. L’anno scorso l’avrei mortificato, invece ora, a occhi chiusi, dico che non è niente.
Poi inizio a ridere.
Poso la borsa e i sandali sulla spiaggia, guardo il sole e prendo fiato per farmi forza.
Forse sarà la mia ultima nuotata, o forse no.
Forse mi verrà una polmonite e non ci sarà bisogno della chemio. O forse no.
Ora sono qui, e l’aria di sale e lo schiaffo gelido dell’acqua sono la cosa più viva delle mie ultime settimane. Il sole mi sembra più arancione e smetto di sentir freddo.
Fendo le onde, allora, e mi avvio verso ciò che rimane della mia vita.

10 commenti su “L’ultimo mare è un racconto scritto da Laura Calagna Bambini”

  1. Può la bellezza rendere più lieve il dolore? Grazie a Laura Calagna Bambini pare di sì; c’è nel racconto inoltre questo “scontro” tra la quotidianità dei piccoli piaceri come comprare un vestito, tastare l’acqua del mare o guardare un bambino che gioca con l’aquilone, e l’eccezionalità di una notizia che la vita te la può stravolgere per sempre; un racconto crudele come la vita, che non poteva essere scritto meglio.

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  2. Molto bello, nella sua tragicità e, soprattutto nella lezione di vita che impartisce. L’apprezzare tardivo di piccole cose che non si erano notate e apprezzate come accade quando si rischia di perderle. Grazie, Laura, di aver condiviso questa storia con noi.

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  3. Ci si sente quasi in colpa per accorgersi leggendo che sì, esistono anche queste storie, questi stati d’animo. Grazie per avere trattato senza retorica di una vita nel vortice del vuoto.

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  4. Straziante. Ci lascia con un senso di tristezza ma anche di speranza.
    Le parole scritte con il cuore si distinguono subito, e quelle di Laura lo sono senza dubbio.
    Molto bello e scritto molto bene.

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  5. Eh, Laura, sei riuscita a farmi scuotere il cuore. La sabbia gelata, il blu, il sale, le voci dei bambini, c’erano tutti i sensi, e i sentimenti. La domanda fatidica. Mi hai ricordato Shakespeare, e certe domande sul senso. Brava davvero.

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  6. Laura, mia cara, molto bella e toccante questa storia. Tristissima, ma ci fa riflettere su tante cose. Non sono le cose materiali che contano, ma la vita stessa che ci può sfuggire da un momento all’altro. Sì può fare a meno di un bel vestito, ma non vedere più il mare, il sole, i bambini che giocano, i tuoi cari … ti rendi conto di quanto è preziosa questa vita. Brava Laura, i miei complimenti.

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    • A volte sembra assurdo, ma è proprio vero che per accorgerci delle cose belle dobbiamo ricevere una strattonata dalle cose brutte. Che ci rimettono in carreggiata, che ci fanno apprezzare un sorriso, un tramonto, una ruga. Che ci ricordano che trascorriamo il tempo a rincorrere il superfluo. Spesso leggo perché attraverso gli occhi di altre persone ripongo la speranza di dimenticarmi del futile ma non sempre ci riescono. Brava Laura, hai colpito nel segno.

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  7. Senza retorica, senza paroloni, senza cercare effetti a tutti i costi, ma con parole così come ti immagini debbano sgorgare spontanee dal cuore e perciò di grande efficacia. Sì, bosogna sapere che si sta per perdere tutto per poter apprezzare davvero quei piccoli momenti, le piccole cose di ogni giorno, che forse domani non ci saranno più. Toccante, commovente ma con speranza. Ancora una volta, leggendo racconti o romanzi del gruppo devo dire: brava!

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  8. Ci sono passata, per quella strada stretta che finisce con un cul de sac visibile, anche se non si capisce bene a che distanza sia. E mi ritrovo in questo ragionamento che dismette ogni orpello per arrivare all’essenza, quell’esserci, nel qui e ora, che è un assunto generalmente ignorato, soffocato da progetti impegni imposizioni. La vita di ciascuno di noi è più volatile di un battito di ciglia sul volto del tempo, eppure è l’unica occasione che abbiamo, e solo quando ci è dato sapere che il capolinea è prossimo capiamo cosa ci mancherà davvero, se avremo modo di capire la mancanza, di là. Grazie per averlo detto con leggerezza che sa però scandagliare la profondità

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