Polvere

polvere

Sento le sue mani addosso, il mi fai stare bene sussurrato, è notte. Noi distesi nel campo di Poldo, il suo corpo è ruvido come la buccia di mela annurca. Fa caldo, mai viste tante stelle in cielo, la luna è un piccolo taglio su un drappo nero.

Eppoi le lucciole, i fuochi fatui delle loro tracce volanti, spariscono all’improvviso, sembrano piccoli fantasmi. Le foglie di ulivo cadono dagli alberi, la terra rossa sporca le scarpe, assetata di fatica, chiama sangue. Le sue labbra sanno di vino, io respiro il suo respiro, e sono felice di stare con lei.

Pablo suona la chitarra, accordi stonati arrivano, e canti, risate senza pensieri, balli di briganti, pizzica e tarante, scene di vita leggera in lontananza.

Il fuoco di un bivacco le avvampa il viso, la sua bocca esplode, un sorriso. Si alza di scatto, irrequieta che sembra una preda, ma non lo è. Prende il pane, lo fa a pezzi, eppoi ci mette l’olio, un pizzico il sale, briciole di olive nere secche; cominciamo a mangiare.

Parla poco, magra di pelle e ossa, capelli tagliati corti, fili di grano sottilissimi, ombre scure per occhi, una scheggia le segna la guancia, un ricordo lontano, la Siria, le urla della gente di Rojava, mille battaglie vinte e perse, le compagne andate via per sempre, la sofferenza che è una presenza costante, un dolore sordo che dimora fra le costole come a ripeterle chi è davvero. L’importante è combattere, dice, e non arrendersi, non arrendersi mai.

A un certo punto si siede di fianco a me, mi prende le mani e me le stringe.

Poi mi fissa negli occhi, nei suoi vivono i carrugi, hanno le stesse ombre, gli stessi vicoli stretti, pieni di mistero, come il mare di Genova.

Hai mai pensato se saremo vivi il prossimo anno?, così mi dice, a me che ho smesso di combattere da tanto e sono stanco per ricominciare. Solo, in questa piana desolata di un sud sperduto, fra parole di dialetto che sembrano masticate e sputate, io scappo da un me stesso che prima o poi mi ucciderà.

Sì, le dico, ci penso spesso. Essere vivi, però, è un concetto relativo, lo si può essere in tanti modi, tutti diversi, dipende. Dipende da cosa? Da quanto amore ci metti. La guardo crescere e mi perdo, lei si alza sulle punte, mi dà un bacio sulla fronte. È poco più di una bambina a miei occhi. Ci vieni a ballare coi compagni? Poi scappa via e io provo a prenderla, solo che lei è troppo veloce per me e non ci riesco, resto solo, un attimo soltanto, penso, e nei pensieri storti annego.

Le mie mani cominciano a tremare, è un po’ di tempo che succede, il Parkinson, così c’era scritto su quelle carte di ospedale. Il loro freddo verdetto, me lo ricordo ancora l’effetto che mi ha fatto, come vedere in uno specchio il mio viso, solo che ero morto. Pure adesso mi sento così.

Intanto lei corre, e si gira, e ride, ride, con la bocca, con gli occhi, con le gambe secche come i rami di questi ulivi che non riesco ad abbracciare più.

Penso all’anno che verrà, alle mie mani che tremano, a questo cielo nero, immenso, pieno di stelle che sembrano dover cadere, eppure anche loro resistono. Metto le mani in tasca, stringo gli spicci, ho voglia di fumare, dicono che mi fa male, sorrido al pensiero ma mi rifiuto di accettarlo, tanto… Raggiungo i compagni, le loro risate mi feriscono le orecchie, le sue poi sono le più rumorose e belle.

Ballo anch’io, che ballando non fa niente se mi tremano le mani, non fa niente se poi cado; sento il rumore silenzioso della terra, vedo le stelle girare, disegnano cerchi luminosi e della vita non mi frega niente.

La sue mani prendono le mie e il nostro è un girotondo dove non esiste il tempo, una specie di bolla di sapone dove un urlo sarebbe muto e mi lascio andare, come se fossi trasportato dalla corrente. Potrei anche morire adesso ché se la morte venisse, avrebbe i suoi occhi. Andrei via contento.

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