Recensione di 33 un romanzo scritto da Marco Ubertini

La Snot recensione di 33, un romanzo scritto da Marco Hube Ubertini.

Mi sentivo forte e volevo arrivare al limite, vedere dove fosse. Sfidare la morte e uscirne vincitore. Quando entrava quel giro di basso e chitarra, io cominciavo a preparare tutto.

La mia siringa.

La mia acqua.

La mia dose.

33 è il romanzo di chi è sopravvissuto

Non è stato facile scrivere la recensione di 33, il primo romanzo di Marco Ubertini. Una storia di perdizione, un viaggio senza ritorno verso l’inferno. Vi dico subito che a questo romanzo abbiamo riconosciuto una specie di sacralità. Quella fragilità che compete a tutte quelle storie che maneggiano il dolore. E il dolore è sacro, soprattutto quando è degli altri.

Per questo motivo ho lasciato sedimentare le parole di Marco, le ho assorbite e fatte mie lasciando che mi entrassero dentro. Ci ho pensato, ogni tanto. Ho pensato a questo ragazzo, alla sua vita, a quanto gli sia costato metterla nero su bianco. Mi piace credere che gli abbia fatto bene, che in qualche modo sia riuscito a fare pace con se stesso.

33 è un romanzo crudo, di formazione estrema. 33 sono i capitoli, ognuno di essi è una cicatrice sull’anima, un taglio con una lametta sulla pelle.

33 è un romanzo estremo, struggente e bellissimo.

Erano gli anni 90, quelli di Tangentopoli, della politica disintegrata dagli scandali, delle monetine lanciate contro Craxi. In televisione c’era la Dandini e quelli di Avanzi. Poi è arrivato Silvio, con il suo sorriso di plastica, i cartelloni elettorali che sembravano spot pubblicitari e lo erano davvero. Promesse sintetiche. Sembrava che ognuno di noi, da un momento all’altro, potesse comprare una Ferrari. Erano i tempi delle parole vuote, del neo liberismo, della Lega che odia i terroni, erano i tempi dominati dalla televisione e dai cinepanettoni.

Quelli come me, piccolo borghesi con qualche spiccio nella tasca, di primo acchito ci avevano pure creduto. Non era il caso di Marco e di tutti quei ragazzi di pasoliniana memoria, quelli delle borgate, delle periferie che sono deserti metropolitani, quelli nati nel Tufello ma che potrebbero vivere a Scampia, allo Zen, alla Barona, tanto questi posti sono tutti uguali e non cambiano mai.

Se ti giri indietro e vedi solo il nulla, ti resta nient’altro che il rumore bianco del grigio, il suono assordante della solitudine. Se non hai la fortuna di nascere in una di quelle famiglie che fanno colazione con le merendine, impari presto che alle promesse non devi credere mai.

33, un romanzo tremendamente attuale

Se abbiamo letto questo libro e ne stiamo parlando è perché il nostro Paese è ancora intrappolato in certi problemi come se questi fossero sabbie mobili. Ecco perché consideriamo 33 il manifesto di una generazione scippata, quella dei trentenni condannati a una vita da precario, senza certezze, forse senza pensione. Una specie di Beat Generation che aveva trovato il suo Ginsberg in Kurt Cobain. La generazione della musica techno, dei rave e delle droghe sintetiche, ma anche delle proteste in piazza, del G8 e di piazza Alimonda. Una delle ultime capaci ancora di sognare.

L’incontro di Marco con la droga è casuale ma non so perché pare inevitabile. Forse è la propensione quasi istantanea a vivere la strada come se non ci fosse alternativa. Marco sembra non averne alcuna e con l’eroina non ne hai; la polvere gialla è colorata come i capelli di una bella donna. E come una donna l’eroina fa lo stesso effetto, ti entra nelle vene, il suo è un abbraccio caldo, rassicurante, va tutto bene insieme a lei, non esiste più niente. Ma è solo quando ti entra in testa che capisci quanto ti possiede. Come un demone ti bracca, non sai pensare ad altro. Vivi in funzione di lei.

Allora la vita diventa tante cose insieme. Nascita, morte, amore, odio, dolore, un circolo che si apre e si chiude all’infinito. Marco muore ogni volta che si buca e poi rinasce. La sua sembra una condanna. Deve rincorrere i suoi demoni, farne parte.

Anche quando ama, anche nei momenti belli l’eroina è presente e reclama il suo posto fra le costole.

Esisteva solo quello e nient’altro. Immersi in quella stanza, il fluido rosso delle nostre vene si mischiava dolcemente dentro un’insulina, e ci raccontava che ora, finalmente, tutto era al suo posto.

Lei si stava affidando a me, completamente.

La sua vita.

La mia morte.

La nostra innocenza.

Il suo disperato amore nelle mie mani.

Quell’innocenza rubata diventa un fardello insopportabile da sostenere. Lo spinge giù, sempre più in fondo, tanto che non sembra esserci un fine oltre alla morte. Una morte che Marco sfida come se volesse farle un dispetto. E per dispetto la morte non arriva, quasi volesse farsi beffa di lui. Ci sono episodi assurdi nel libro, alcuni di grande crudezza come quando cerca di farla finita con una siringa ma l’aria è troppo poca, oppure quando finisce sotto a un treno e chissà come ne resta illeso.

Eppure, la morte Marco l’ha conosciuta bene, l’ha toccata con mano, ne ha sentito l’odore, ci ha incrociato lo sguardo fatto di occhi neri come lo era il suo cuore. Ma Marco dalla morte è sempre tornato. A me piace pensare che non fosse merito del suo destino che, al contrario, sembrava segnato. Voglio credere che una parte di lui, quella resiliente, magari il bambino annidato nel suo essere sbagliato, quello che desiderava con tutto se stesso l’uovo Kinder, alla fine abbia vinto. Marco ha preteso il suo posto nel mondo, ha capito di averne diritto.

Non esiste un demone che non possa essere sconfitto.

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